Il manifesto degli SGVB.2021: dieci punti programmatici per il volontariato di domani

L’anno appena trascorso ha messo sotto gli occhi di tutti quanto il volontariato sia vitale per i nostri territori. Non solo il volontariato tradizionale come siamo abituati ad intenderlo, ma un sentimento diffuso di solidarietà. Il “velo squarciato” dalla pandemia ha mostrato con forza l’impulso naturale alla gentilezza, alla cura degli altri, alla responsabilità insito in ogni essere umano. Allo stesso tempo, però, ha messo in crisi alcuni modelli tradizionali dell’associazionismo: ha mostrato potenzialità e fragilità di questo mondo, ha cambiato il territorio in cui opera e ha anche aperto nuove piste da percorrere. Se il 2020 rappresenta quindi inevitabilmente lo spartiacque tra il volontariato di ieri e quello di domani, diventa ora fondamentale guardare a quanto accaduto per costruire insieme quello che sarà il futuro del volontariato bergamasco. 

Si apre una fase di transizione tanto complessa quanto ineludibile tra il volontariato che conosciamo, con tutti i suoi pregi e i suoi difetti, e il volontariato che vorremmo, capace di dare nuova linfa e nuova interpretazione al suo spirito originario, senza però stravolgerlo nel nome degli individualismi delle leadership, della produttività ad ogni costo, della competizione per l’accesso alle risorse.

I lavori degli Stati Generali del Volontariato Bergamasco 2021, nelle quattro tappe dedicate a accoglienza, povertà, salute e partecipazione, hanno messo in evidenza alcune questioni urgenti, sulle quali il volontariato è chiamato ad impegnarsi nell’immediato futuro e a dare il proprio contributo di esperienze, idee, progettualità e visioni. Le mettiamo in evidenza in questo “manifesto” di dieci punti che fa sintesi delle sfide emerse, sfide che il volontariato dovrà affrontare in partnership con le altre realtà del territorio.

  1. Il volontariato di domani deve necessariamente contribuire al recupero della sfera pubblica e assumere una funzione politica, intesa non solo come partecipazione al bene comune ma anche come capacità di anticipare i problemi, di agire in prospettiva, di dare voce a chi non ne ha. Il volontariato ha, infatti, gli strumenti e le possibilità per fare massa critica, per agire un’azione culturale e una funzione di advocacy. Il suo compito diventa quindi quello di non correre il rischio di farsi travolgere dall’emergenza, ma di percorrere la sfida culturale e politica.
  2. Il virus ha evidenziato le ingiustizie strutturali della nostra società. Il volontariato ha il compito, insieme alle istituzioni, di allestire spazi di responsabilità aperti a tutti perché si possano superare le diseguaglianze e i cittadini possano tornare a sentirsi parte attiva di una comunità coesa. La sfida è quella di riaccendere nei territori la “scintilla della passione per il possibile”, raccontando il futuro, il mondo che sarà possibile costruire e condividere così un sogno da perseguire insieme. Gli adulti, le istituzioni e i volontari hanno il dovere della gioia e della speranza.
  3. Il volontariato è uno spazio che offre, in particolare ai giovani, la possibilità di agire esperienze talvolta limitate nel tempo ma che producono cambiamenti sul sentimento di cittadinanza e di conseguenza sulle comunità. Assume così un ruolo nelle vite di queste persone, educandole ad impegnarsi a favore della collettività.  Il volontariato deve portare avanti con consapevolezza il ruolo educativo insito nel proprio agire, nei confronti della cittadinanza e dei giovani, impegnandosi però nel ragionare sulle modalità di reclutamento e andando incontro a forme più flessibili.
  4. Le azioni dei volontari devono sempre più farsi prossime alla vita dei cittadini e alla loro quotidianità, nello spazio e nel tempo. Le relazioni sono la chiave per costruire il volontariato di domani: relazioni fatte di prossimità, di solidarietà inclusiva, di uguaglianza e giustizia. La linea guida deve essere quindi quella di fare piccole cose, in prossimità delle persone, e farle insieme.
  5. La complessità e l’incertezza vissute durante tutta la prima fase dell’emergenza pandemica hanno portato i cittadini a riconoscere la propria identità come soggetti indipendenti, ma hanno anche riscoperto la necessità di collegarsi ad altri, a loro volta indipendenti, senza così snaturarsi: i legami generano energia e tutelano le libertà dei soggetti. Nella “convivialità delle differenze” che scaturisce da questa consapevolezza emerge la reale potenzialità della comunità e si abilitano risorse inedite. Collaborazione e interdipendenza (o meglio “inter-indipendenza”) diventano allora due delle parole guida per il volontariato di domani.
  6. Il volontariato non deve dimenticare che affonda le sue radici nella libertà sancita dalla Costituzione: una libertà generativa e contributiva, che faccia esistere qualcosa che ancora non c’è e che parta dalla consapevolezza che la nostra identità è relazione. Diventa fondamentale passare dalla logica dell’elemosina a quella della giustizia, perché il compito del volontariato nei prossimi anni dovrà essere quello di perseguire uguaglianza e diritti accessibili a tutti.
  7. Con la pandemia abbiamo compreso che il benessere del singolo dipende dal benessere di tutti: allora è necessario riconsegnare ai territori la responsabilità della cura e della salute; e al volontariato il compito di interconnettere i sistemi di cura, abitando i confini e gli interstizi, agendo ascolto e empatia, sapendo essere presente a sé stesso prima ancora che agli altri. Questo richiede forme di impegno sociale critico, militante, trasformativo, prospettico, per ricongiungere la cura e la presa in carico con la promozione della salute e della coesione sociale.
  8. Dopo più di un anno di “distanziamento”, è essenziale recuperare il rapporto con i luoghi, perché è lì che si trovano le persone. Luoghi che vanno abitati di connessioni e contaminazioni, immaginando nuove forme dello stare insieme. Luoghi in cui sia possibile sentirsi riconosciuti e riconoscersi, in cui trovare persone credibili, a cui potersi affidare e consegnare fiducia. Ognuno di noi deve, quindi, diventare “place maker”: un costruttore di luoghi; luoghi di prossimità e nuova appartenenza.
  9. Scrive Bonhoffer: “Abbiamo imparato un po’ tardi che l’origine dell’azione non è il pensiero ma la disponibilità alla responsabilità. Per voi pensare e agire entreranno in un nuovo rapporto. Voi penserete solo ciò di cui dovrete assumervi la responsabilità agendo”. Un esergo per il nostro essere volontari, per il nostro prenderci cura gli uni degli altri, uno stimolo per farci capire che non si può vivere per compartimenti stagni. Il volontariato deve trasformarsi in “fraternariato” e ricordarsi che prende vita dal riconoscimento del legame che unisce gli uomini e dalla responsabilità generata dal senso di comune umanità che spinge a mettersi in gioco.
  10. Le nuove energie, attivate per rispondere alla pandemia, non devono andare disperse. La crisi pandemica in cui siamo ancora immersi ha rinnovato la capacità di immaginare, di desiderare, di andare oltre i propri limiti. Il volontariato dovrà essere capace di interiorizzare queste esperienze, imparando ad andare oltre la propria identità istituzionale per promuovere una dinamica contributiva intorno a cui costruire una nuova sostenibilità per le comunità. E potrà farlo solo individuando nuove avventure da proporre, nuovi pensieri da condividere, nuove domande a cui rispondere insieme che incarnino i valori su cui si fonda.

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Stati Generali Volontariato Bergamasco 2021